Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano

  • Co-patrona Santa Lupercilla

1) LA CHIESA ROMANICA.
L’attuale chiesa parrocchiale di Crodo, dedicata a S. Stefano protomartire, non presenta sia all’esterno che all’interno caratteri evidenti di particolare antichità. Solo una minuziosa ispezione della facciata e soprattutto dei sottotetti delle navate laterali permette il recupero di importanti elementi atti a definire il disegno originale e l’epoca della sua costruzione.

La chiesa parrocchiale di Crodo è considerata la matrice di tutte le chiese della valle Antigorio e Formazza. La sua antichità è quindi presumibile. Ma in questo tipo di edifici vediamo che i successivi ampliamenti, rifacimenti e modifiche hanno cancellato quasi totalmente proprio quella parte più antica che per noi è spesso la più importante. Le chiese infatti sono nate per il popolo e con il popolo sono cresciute e modificate seguendo lo slancio religioso, lo sviluppo demografico ed il gusto artistico delle varie epoche.

Della chiesa romanica di Crodo restano la facciata, ricoperta di uno strato di intonaco che ne nasconde l’antica decorazione e disegno, e le due fiancate laterali, sebbene ritagliate dagli archi che furono fatti per estendere la chiesa e ridurla da una a tre navi. L’abside non ha lasciato tracce esteriori, essendo stata del tutto abbattuta e ricostruita in due epoche successive, più ampia e di forma diversa; tuttavia dovrebbero esistere sotto il pavimento attuale le tracce delle fondazioni.
Si è voluto dare un disegno della chiesa romanica di S. Stefano di Crodo, ricavandolo da quanto è possibile vedere nei sottotetti; l’abside è puramente ipotetica e proposta sempli cemente in base allo stile del resto della chiesa.

La chiesa romanica di S. Stefano di Crodo era ad unica navata rettangolare (m 18.40 per m 9.80 di dimensioni esterne) orientata nella direzione OvestEst, con un’abside semicircolare verso oriente, coperta dal solito semicatino, come tutte le chiese ossolane del medesimo stile. L’altezza dal pavimento alla gronda del tetto e di m 7.50. Aveva una sola porta al centro della facciata.
Sopra la porta si apriva una finestra circolare. Una risega dava origine, superiormente, ad una triplice specchiatura divisa da due lesene e coronata da archetti ciechi digradanti per seguire la pendenza del tetto. Nella specchiatura centrale si aprivano probabilmente, una bifora e, al di sopra, in alto la tipica finestra a croce.

E’ quanto possiamo dedurre per ora da un Inventario fatto nel 1652 dal curato porzionario Giovanni Battista Viscardi che ci dà una minuziosa descrizione di tutta la chiesa. Poichè in quell’epoca la chiesa era stata già

ingrandita con l’aggiunta delle navate laterali, ma non modificata in altezza, si può presumere che la facciata avesse ancora parecchi dei caratteri originali. Dopo aver descritto la porta centrale della facciata ed il fregio sovrastante. egli ricorda che « di poco più alto circa un brazzo vi è un occhio grande con la sua vedriata che rende chiaro a detta chiesa, di poi alto un altro brazzo una nicchia vi è dipinta l’immagine di S. Stefano, patrono di detta chiesa. di buona pittura; dopo vi è una cornice che piglia tutta la larghezza della facciata di mezzo nel quale vi è altra nicchia quasi dell’istessa misura di quella di S. Stefano, nella quale vi è dipinta la B. V. Maria col Bambino e di sotto con l’iscrizione Tu superegressa es universas di poi vi sono altre cornici piccole sotto le piode che rendano decorosa detta facciata » (1).

 

Le due fiancate laterali sono decorate da una serie di otto specchiature, separate da strette lesene (larghezza media cm 20) ed accimanti con gruppi di tre archetti ciechi (di cm 50 circa di diametro). Queste specchiature non sono tutte uguali ed in corrispondenza anche gli archetti ciechi si adattano al maggiore o minore spazio, dimensionandosi convenientemente. Gli archetti ciechi, sempre a gruppi di tre, sono ottenuti disponendo attorno ad una lunetta di pietra semicircolare, piccoli conci di pietra, sigillati con malta. I peduncoli sono a cuneo piuttosto appuntito e senza alcuna decorazione particolare. Le lesene spartiscono di fatto i gruppi di archetti, ma senza dare l’impressione di rompere la continuità della serie.
Quattro finestre a doppia strombatura occupano il centro delle specchiature 2°, 4°, 6° e 8° a partire dalla facciata. Sono tutte a doppia strombatura e gli sguanci sono disegnati con cura utilizzando blocchetti e conci di dimensioni particolari.
Nella fiancata settentrionale è ripetuto lo stesso disegno regolare di quello della fiancata

meridionale, ma non si rintracciano finestre. Seguendo una norma che vediamo per lo più osservata in tutte le chiese romaniche ossolane, la fiancata settentrionale ha in generale o nessuna apertura, come in questo caso, oppure un numero di finestre molto inferiore a quella meridionale. Il motivo è evidentemente pratico. Le finestre infatti non avevano altro scopo che quello di convogliare la luce solare che investe la fiancata meridionale. Se poi si pensa che le antiche chiese romaniche ossolane, non avevano vetri alle finestre, ma tutt’al più qualche impannata, e tanto meno il riscaldamento, le finestre sulle fiancate settentrionali non dando luce, ma solo mortali spifferi di aria fredda, erano eliminate.

La facciata ed il muro in cui si apriva l’arco absidale avevano una breve alzata con propria copertura che aveva, oltre che funzione decorativa, anche il compito di aumentare la stabilità.
Il muro perimetrale, che ha uno spessore di. circa 90 cm., è stato costruito con chiaro criterio decorativo. Al disegno elegante ottenuto mediante riseghe, lesene, archetti ciechi e cornici, si aggiunge il decoro del paramento murario in cui è rigidamente osservata la norma della disposizione dei corsi in blocchi di sarizzo alternativamente a piatto e taglio. La disposizione a piatto e taglio permette non solo un buon effetto decorativo della pietra a vista, ma anche un ottimo legamento colf il resto del muro. La superficie piatta infatti simula il grosso blocco, mentre la disposizione a taglio dei due blocchi che la racchiudono superiormente ed inferiormente la legano perfettamente al resto del muro.

All’interno il muro è fatto di frammenti di pietra, in generale piuttosto piccoli, legati can buona malta di riempimento. Le fotografie delle due fiancate, meridionale e settentrionale, nei tratti più visibili, mostrano chiaramente la disposizione a piatto e taglio, mentre il disegno schematico della disposizione nel muro ne spiega l’uso.
Anche le finestre mostrano una certa ricerca decorativa nella disposizione e taglio dei conci.
Il tetto, come tutti i tetti delle chiese romaniche ossolane, è a doppio spiovente, sostenuto da robuste capriate di legno e coperto di piode. Queste chiese avevano per lo più un soffitto piano di assi di legno, applicato direttamente alle travature. Tale soffitto, sebbene l’uso non fosse generale, aveva il solo scopo di riparare dall’aria gelida che attraverso gli interstizi delle piode del tetto facilmente investiva i fedeli in chiesa.

Non era stata assolutamente prevista una smaltatura all’esterno, giacché i bei corsi di pietra grigia, chiara o azzurrognola, nella disposizione scelta erano altamente decorativi e per di più resistenti alle intemperie meglio di qualunque intonaco.
Indaghiamo ora brevemente sulla possibile o probabile epoca della costruzione di questa chiesa.
Cominciamo subito ad osservare che non si può in alcun modo escludere che sia stata preceduta da altra, nello stesso luogo, e più antica. La tradizione locale vorrebbe che la chiesa più antica della valle Antigorio sia l’oratorio di S. Martino di Verampio ma, date le sue dimensioni, è molto improbabile che potesse essere usato come chiesa parrocchiale. Più probabile invece che una chiesa di maggiori dimensioni esistesse a Crodo.
La stessa dedicazione a S. Stefano garantisce una precedenza su quella di S. Martino il cui titolo risale ad epoca franca ed è quindi tardivo.
Nell’Ossola Superiore ebbero fino dal principio preminenti funzioni organizzative ecclesiastiche il Presbiterium di Oxila e la sua chiesa, detta per tal motivo Domus, da cui il nome di Domodossola. La chiesa plebana di Domo raccoglieva il popolo da tutta l’Ossola Superiore, ma non è ragionevole pensare che non esistessero chiese e cappelle anche nelle valli e magari a ricalcare quei santuarietti pagani che la religione precedente aveva elevato un po’ dappertutto. Non c’è bisogno di forzare né la storia né l’immaginazione su questo punto. La tradizione che vuole la chiesa di Cravegna fondata o ricostruita da S. Giulio, a cui è intitolata, potrebbe essere solo una traccia del ripiego di rivedicare a Santi del culto cristiano templi, luoghi sacri o edicole consacrati al culto pagano.
La chiesa di S. Stefano è detta plebana fino dai tempi antichi; si può dunque presumere che sia una di quelle che per prima si è staccata dalla matrice di Domo. Ora poiché da quanto diremo la chiesa descritta non pare anteriore al 1000, bisogna ammettere che nei secoli precedenti esistesse un’altra chiesa che supplisse in qualche modo alle esigenze del popolo della valle Antigorio.
Una prova indiretta di ciò si ha dalla sto ria della chiesa di Baceno. Questa è dedicata a S. Gaudenzio, ma pur essendo Baceno un centro abitato non meno popoloso di Crodo, nello spirituale mantenne Una certa dipendenza dalla chiesa di S. Stefano.
Ora se la chiesa di Baceno fosse stata costruita prima di quella di Crodo, sarebbe stato facile farne il centro religioso della valle, invece fu assoggettata a quella di Crodo che preesisteva.
Il vescovo Bascapè riporta una annotazione rinvenuta nelle carte della Chiesa cattedrale di Novara secondo cui il vescovo Gualberto di Novara nel 1039, cioè nell’anno stesso della sua morte, donò ai canonici di S. Maria di Novara « una cappella in onore di S. Gaudenzio costruita nella villa della valle d’Ossola che si chiama Baceno ». (2) Trattandosi di una cappella si può presumere che dipendesse da una chiesa plebana che in quell’epoca era quella di Domo. Ma poiché nei secoli seguenti troviamo che la chiesa di Baceno mantiene una chiara dipendenza da quella di Crodo, bisogna ammettere che questa dipendenza esistesse anteriormente alla donazione del vescovo Gualberto al Capitolo maggiore di Novara. Si suppone perciò che in valle antigorio esistessero cappelle, fra cui quella di Baceno, alcune anche costruite da privati, ma tutte sottoposte alla chiesa parrocchiale della valle cioè alla chiesa di S. Stefano di Crodo. Questa a sua volta non pare avesse, anteriormente al 1133, la prerogativa di chiesa plebana indipendente, bensì quella di sussidiaria in valle Antigorio di quella di Domo. La Bolla del papa Innocenzo II del 25 maggio 1133 enumera in Ossola solo tre pievi, fra cui quella di Ossola « con le sue pertinenze ». E queste pertinenze erano costituite dalle valli, Antrona, Bognanco, Divedro, Vigezzo e Antigorio. Ognuna di queste valli aveva dei sacerdoti deputati dal Capitolo di Domo per la cura delle anime, dai quali dipendevano naturalmente anche le chiese e cappelle. In tali chiese erano ormai da parecchi anni amministrati tutti i sacramenti, cioè erano vere chiese parrocchiali, che si potevano dire in certo senso anche plebane perché fungevano da plebane a tutti gli effetti sebbene dipendenti dalla pieve di Domo.
Queste pertinenze si separarono effettivamente da Domo e si organizzarono indipendentemente, si pensa, poco dopo il 1133. La data precisa non si sa ma, pare, durante l’episcopato di Litifredo, e quindi anteriormente al 1151.
Per quello che riguarda la chiesa di Crodo trovo che, anteriormente al 18 maggio 1151, in cui morì il vescovo Litifredo, si registra fra i documenti dell’Archivio Capitolare di S. Maria di Novara, il giuramento di obbedienza di alcuni sacerdoti fra i quali Uberto presbitero di Crodo (Ubertus presbiter de Cro) che si deve interpretare come uno dei curati della parrocchia valliva di Antigorio. (3) Fra quelli che prestano tale giuramento trovo anche un Dodo di Baceno che non pare sia sacerdote, ma che potrebbe aVere qualche legame con le proprietà della chiesa di Novara a Baceno ed in particolare con « la chiesa di S. Gaudenzio e le possessioni della Casa Torriana in Baceno » che papa Eugenio III conferma alla chiesa di Novara con Bolla del 15 luglio 1148. (4) Da questi beni il Capitolo maggiore di Novara ricavava come entrate « una formella di formaggio dal presbitero di Baceno, due soldi ogni anno per i montoni; dieci soldi di antica moneta per le vacche, 380 libbre di formaggio, tre formaggi come dono agli scudieri e due albergarie ». (5) Dunque nel 1143, da cui data questa Registrazione, Baceno aveva un suo sacerdote e probabilmente Parroco, già distaccato da Crodo e naturalmente, da Domo, ma che doveva riconoscere, come si vedrà, la preminenza della matrice di S. Stefano di Crodo. Non si può quindi fare a meno di concludere che la chiesa di S. Stefano è anteriore a queste date.
Ma ritornando al problema della datazione della costruzione della chiesa romanica di cui abbiamo dato il disegno, bisogna ricordare che il secolo XI e XII sono tempi di grandi realizzazioni nel campo della edilizia religiosa, nei quali furono rinnovate molte delle antiche chiese e cappelle paleocristiane e barbariche e costruite di completamente nuove. Stavano intanto maturando nuovi impulsi anche nella organizzazione ecclesiastica con una chiara tendenza al decentramento, necessario per soddisfare le esigenze del popolo fedele che era cresciuto di numero ed aveva bisogno di maggiore spazio e di un servizio religioso più comodo.
In una lite che oppose i canonici del Capitolo di S. Maria a quelli del Capitolo di S. Gaudenzio di Novara, al fine di stabilire privilegi e preminenze, dibattutasi nel 1157, della quale l’Archivio di S. Maria di Novara possiede i documenti che riportano le deposizioni di molti testimoni, troviamo qualche indicazione circa l’epoca della consacrazione della chiesa romanica di Crodo. Nella sua deposizione del 2 marzo 1157 un certo Alberto Patarino attesta di « avere visto il vescovo Litifredo consacrare due chiese, una in valle Antigorio ed un’altra in valle Intrasca e che i canonici di S. Maria (di Novara) assistevano il vescovo ». (6)

E che si tratti proprio della chiesa di Crodo mi pare di poterlo inferire dalla deposizione del « sacerdote Gualberto di Domo il quale afferma di essere intervenuto alla consacrazione della chiesa di Vigezzo (S. Maria), di Coimo (S. Ambrogio), di Crodo (S. Stefano) e di Masera (S. Martino). (7)
Ora il vescovo Litifredo tenne la cattedra episcopale di S. Gaudenzio dal 1122 per 29 anni fino al 1151, ed è fra queste due date che è stata consacrata la chiesa di Crodo; pare anzi probabile che tale consacrazione, così come quelle di altre chiese, sia avvenuta immediatamente prima o immediatamente dopo la elevazione di esse alla funzione di parrocchiali; e questo si accorda con tutto il resto del discorso.

La data della costruzione è ovviamente anteriore a quella della consacrazione. Non è però provato che la consacrazione seguisse immediatamente la costruzione. Si ha quindi un termine « ante quem » che possiamo fissare attorno al 1130, giacché le testimonianze al processo del 1157 non potevano riferirsi a fatti accaduti recentemente, ma distanti almeno 20 o 30 anni.
Per ulteriormente definire l’epoca della costruzione ci si deve dunque riferire a criteri stilistici architettonici e decorativi dello stile romanico. Si osserva a questo proposito che nello stile romanico si passa gradualmente da un momento in cui si dà soprattutto importanza, nella decorazione delle pareti esterne, all’effetto della scansione delle lesene e semicolonne che rompono la superficie muraria e la modulano in spazi ricorrenti, a quello in cui si valorizza di più la superficie del paramento murario e quindi si cura l’allineamento e lo spessore dei corsi paralleli variandone anche il colore. Questa tendenza porterà in seguito alla parziale o totale eliminazione delle lesene e semicolonne che, interrompendo i corsi paralleli. ne oscurano il valore decorativo.
Orbene nella chiesa di S. Stefano di Crodo sono evidenti ambedue questi intenti che, per così dire, si fanno equilibrio. L’aspetto decorativo architettonico delle lesene ricorrenti, a distanza pressoché regolare, è pienamente valorizzato mediante le riseghe, gli archetti ciechi che creano ombreggiature illusionistiche di un maggior spazio. Il paramento murario a sua volta mostra un intento decorativo chiarissimo e non casuale, nella ricerca non solo nel parallelismo dei corsi che è generalmente osservato, ma soprattutto nell’alternanza di corsi larghi e stretti, ottenuta mediante la disposizione a piatto e taglio. Questa disposizione, produce anche un leggero effetto cromatico dovuto al fatto che la pietra locale ha un colore diverso se posta di taglio (più scuro) che se posta di piatto (più chiaro).
Questa disposizione a piatto e taglio è certamente molto antica ed in Ossola la ritroviamo per esempio nelle chiese di S. Bartolomeo di Villadossola e di S. Maria di Trontano, costruite con ogni probabilità qualche anno prima del 1000; ma in esse l’intento decorativo non si appunta sulla disposizione parallela dei corsi né tantomeno nell’alternarsi dei medesimi, bensì nella scansione delle lesene e semicolonne e soprattutto nella particolare cura con cui sono decorati gli archetti ciechi ed i loro peduncoli o capitelli.

L’uso della disposizione a piatto e taglio, tipica di quei luoghi in cui la pietra locale ha facile piano di sfaldatura, pare nata dunque come tecnica costruttiva di un paramento murario a vista, ma solo più tardi se ne capì il valore decorativo. Lo troviamo anche in altre regioni fuori dell’Ossola, in S. Fedele di Como, S. Pietro di Veliate, S. Vincenzo e S. Maria del Tiglio di Gravedona, in S. Nicola di Giornico (C. Ticino) ed altri. Si tratta di chiese che sono comunemente datate nella seconda metà del secolo XI, ed una datazione simile mi pare convenga anche alla chiesa di S. Stefano di Crodo.
La chiesa di S. Stefano di Crodo dunque, costruita nella seconda metà del secolo XI e consacrata nella prima metà del secolo XII dal vescovo Litifredo, era la chiesa parrocchiale della valle Antigorio al cui servizio erano deputati alcuni sacerdoti o curati porzionari. Due di essi furono molto presto deputati alla cura della nuova parrocchia di Baceno e due rimasero in quella di Crodo; ad essi il vescovo di Novara con decreto del 10 ottobre 1703 assegnò il titolo rispettivamente di prevosto e di penitenziere.
In molti documenti ufficiali il curato di Crodo è detto « plebanus » cioè pievano e la chiesa viene detta plebana, titoli che sono talvolta contestati dai curati di Baceno i quali però a più riprese vengono richiamati dalla superiore autorità a compiere tutti i debiti atti in riconoscimento della matrice di Crodo che ha dato origine a tutte le altre parrocchie della valle.
Facciamo qui una piccola disgressione sul campanile della chiesa di Crodo. E’ una bellissima torre quadrata, alta e robusta, che si slancia con la sua guglia a raggiungere i 25 m.
Il muro è costruito con grossi blocchi di sarizzo disposti in corsi regolari ed aventi, da un certo punto in sù, al centro della faccia a vista un piccolo incavo decorativo. Una scala si apre il varco all’interno del muro stesso e con 120 gradini guadagna la cella campanaria sopra la quale si erge la guglia a vele aggiuntavi nel sec. XVI.
Lungo il percorso ci sono poche feritoie; unica apertura ampia è quella della cella campanaria che però doveva essere inizialmente a bifora o trifora ed ora è un’ampia monofora.

Su questo campanile sono state scritte molte cose curiose circa l’interpretazione di tre iscrizioni incise su altrettanti blocchi di marmo di Crevola, inseriti, il primo sopra la porta di entrata al basso e gli altri alcuni metri sopra nella facciata rivolta verso sud, cioè verso il sagrato della chiesa. Questi blocchi, che per il loro candore si distinguono subito nel contesto degli altri blocchi di sarizzo, vennero sempre considerati come i più importanti testimoni della antichità della chiesa di S. Stefano di Crodo. Secondo una interpretazione proposta già nel 1700 e accettata fino ad oggi, essi testimoniano con le date incise: 1026, 1033 e 1035 quelle di avanzamento nella costruzione del campanile. Questo, avendo una decorazione di archetti ciechi nella parte più alta. sotto la gronda, sembrava giustificare una data di costruzione in cui lo stile romanico era ancora in voga. Si sarebbe dovuto dunque trattare di un campanile della prima metà del secolo XI.
Qualche dubbio in verità era venuto allo storico G. De Maurizi, dalla osservazione che nel secolo XI non si usavano le cifre arabiche per scrivere i numeri, bensì le notazioni romane. Orbene una attenta osservazione delle sopra citate scritte mi ha permesso una ben diversa interpretazione. Non si tratta infatti di tre date, bensì della ripetizione dell’unico monogramma JHS di S. Bernardino da Siena, scritto nella maniera con cui si usava attorno alla metà del 1400, epoca in cui è sorto anche il campanile. L’uso di porre il suddetto monogramma sulle abitazioni, sui mobili, ed, anche sui campanili è frequentissimo in tutto il secolo XV in Ossola e sostituisce altri segni apotropaici e specialmente le croci ed altri segni più antichi e probabilmente pagani.

2) DALLA CHIESA ROMANICA A QUELLA MODERNA
Il processo che ha condotto alla cancellazione delle strutture e decorazioni romaniche per giungere allo stato attuale della chiesa di S. Stefano di Crodo si può facilmente immaginare ed in parte anche documentare.
La chiesa di Crodo era nata con un solo altare posto al centro dell’abside, ma col tempo invalse il costume di moltiplicare gli altari, i quali trovarono posto in cappelle laterali ottenute mediante sfondamento dei muri perimetrali.
I signori locali furono i primi a volere una propria cappella, con diritto di giuspatronato e creazione di benefici da riservare ai propri eredi. Nell’Archivio parrocchiale di Crodo è ricordato il testamento del signor Guglielmo De Rodis Peracca del fu Filippo di Crodo il quale con atto del 15 giugno 1290, rogato dal notaio Anselmo de Rodis, dota una cappellania da erigersi nella chiesa parrocchiale di Crodo, sotto il titolo di S. Bartolomeo, riservando il giuspatronato ai propri eredi, con l’obbligo al cappellano eletto di prestare servizio nella cappella suddetta.
Dove fosse posta questa cappella è impossibile sapere; la cappellania invece durò parecchi secoli. Il cappellano aveva una casa propria presso la chiesa parrocchiale, ma i beni con il passare del tempo diedero proventi sempre più scarsi, così che il vescovo di Novara Ignazio Rovero Sanseverino, con decreto del 12 febbraio 1753, fu costretto a ridurre l’obbligo del cappellano alla sola celebrazione di alcune SS. Messe all’altare del S. Rosario.
Il giuspatronato di questa cappellania, mantenuto in continuità dai discendenti De Rodis Peracca, fu da Antonio Peracca di Crodo, con atto del 11 giugno 1809, donato alla Scuola di Crodo (8).
La chiesa di S. Stefano di Crodo aveva anche il diritto di esigere dagli uomini di Finero in val Vigezzo la decima di un fascio di rami di ulivo. Trattando di questa decima, lo storico ossolano Francesco Scaciga della Silva suppone che la chiesa di Crodo estendesse un tempo la sua territorialità anche a Finero, come se quella comunità appartenesse alla parrocchia di Crodo, e cita in proposito un documento del 1390 (9). In verità c’è nell’Archivio parrocchiale di Crodo un documento del 1388, rogato Bortolino di Romerio Grassi di Malesco, in cui gli uomini del comune di Finero danno mandato ad Antonio Perri di Finero di presentarsi davanti al sacerdote Stefano, parroco di S. Stefano di Crodo, per ottenere l’affitto della decima di Finero, spettante al predetto sacerdote.
Ma si tratta non di decima ecclesiastica, bensì di un lascito di qualche signore, (forse un De Rodis), alla chiesa di Crodo. Infatti in un Inventario della chiesa di Crodo del 1515 si specifica meglio la natura di questa decima, affermando che si tratta di « un fitto ereditario di tre lire imperiali e di un fascio di rami di olivo che viene dato e pagato dagli uomini di Finero» ogni anno (10). Come è naturale nacquero attorno a questi diritti le solite liti fra i parroci di Crodo e la comunità di Finero, liti che cessarono solo nel secolo XVI. Infatti con atto del 29 maggio 1561, alla presenza del vicario generale del vescovo di Novara a Domodossola, essendo convenuti i curati di Crodo ed i rappresentanti della comunità di Finero,*si venne ad una transazione, in base alla quale i Fineresi si liberavano da ogni tributo sborsando 50 lire imperiali (“).

Il distacco della parrocchia di Baceno da Crodo era, come si è detto, già avvenuto nel secolo XII, ma rimase sempre l’obbligo del riconoscimento della matrice. Ogni anno nell’ottava di Pasqua il curato di S. Gaudenzio di Baceno « per antichissima consuetudine » portava un cero di una libbra alla chiesa di S. Stefano di Crodo in riconoscimento della matrice e per ottenere il Sacro Crisma.
Il parroco di Crodo percepiva poi una decima sul luogo e sui monti di Goglio (segale, frumento, orzo, lino ecc.), sui campi e prati appartenenti agli uomini di Baceno. C’è in proposito nell’Inventario dei beni della chiesa e prebende parrocchiali di Crodo, fatto il 26 luglio 1575, un lungo elenco di investiture di questa decima da parte dei plebani di Crodo dal 1502 in avanti (12). Ed allorché nel 1250 Guido de Rodis eresse una cappella a Premia, anche quel cappellano fu assoggettato alle onoranze che il parroco di Baceno doveva attribuire alla matrice di Crodo. Non si deve però credere che tutto questo avvenisse da parte dei due parroci porzionari di Baceno senza alcuna resistenza, data la natura « odiosa » di tale obbligo.
Gli atti giunti fino a noi registrano renitenze e liti in abbondanza, dovute al fatto che i parroci di Baceno presero l’iniziativa, come eletti direttamente dal capitolo maggiore di Novara, di chiamarsi plebani, rifiutando quindi ogni dipendenza dalla matrice di Crodo. Una sentenza del 14 aprile 1515 del cardinale Schinner, amministratore della diocesi di Novara data a Domodossola, rivendica i diritti della plebana di Crodo e fissa l’obbligo ai parroci di Baceno, in ottemperanza alle antiche consuetudini, di venire a Crodo per la offerta annuale di cera. Questa sentenza appare particolarmente solenne, essendo stata data alla presenza di importanti personalità ossolane sia politiche che ecclesiastiche, fra cui noto il sacerdote Guglielmo di Agrello, vicario del vescovo, i signori Pietro de Breno, Paolo Gerolamo Baceno, il capitano Paolo della Silva, ed i signori Giovanni Battista del Ponte e Giovan Battista Canova (13). Ma nonostante questa sentenza, l’opposizione da parte dei parroci di Baceno, continua, mentre si rinnovano i ricorsi da parte di quelli di Crodo e le reprimende da parte dell’autorità ecclesiastica, nei secoli XVII e XVIII.
La valle Formazza restò unita alla parrocchia di Crodo fino alla fine del secolo XIV, ottenendo un parroco proprio solo con il decreto vescovile del 20 febbraio 1408. In questa separazione fu fissato l’obbligo per la comunità di Formazza di dare alla chiesa plebana di Crodo due libbre di cera in riconoscimento della matrice ed al parroco quello di venire alla benedizione del S. Fonte (“). Naturalmente anche in questo caso nacquero con il tempo motivi di lite fra le due parrocchie.

Tuttavia, con il benestare del vicario generale del vescovo di Novara, con atto del 10 marzo 1565, il parroco di Formazza venne esentato, a causa della evidente scomodità, di portarsi a Crodo per la benedizione del Sacro Fonte in periodo quasi sempre pericoloso per le incombenti valanghe di primavera; ma la comunità si obbligò a portare alla matrice il contributo di tre libbre di cera (15).
Dalla matrice di Crodo si separarono successivamente la parrocchia di Cravegna, con atto del 18 marzo 1564, quella di Mozio con sentenza del 2 settembre 1578 e successiva, data da S. Carlo Borromeo, del 26 settembre 1582. Ognuna di queste parrocchie fu obbligata ad analogo tributo di cera da portare alla chiesa di S. Stefano nella ottava di Pasqua in riconoscimento della matrice (16). I parroci di Crodo poi mantennero alcune decime sui territori separati ed anche il diritto di eleggere il parroco di Cravegna se questo non fosse stato istituito entro un determinato tempo (9.
La chiesa di S. Stefano di Crodo subì parecchi ingrandimenti. Il primo di questi deve essere fissato all’inizio del secolo XVI. Si trattò precisamente della eliminazione delle cappelle laterali mediante sfondamento dei muri laterali, nei quali furono ricavati due grandi archi, sostenuti da basse e robuste colonne, per dare forma a due navatelle, nelle quali tuttavia solo più tardi, cioè all’inizio del secolo XVII furono aperte le rispettive porte sulla facciata, come pare confermare la data scolpita su quella a sud (1611). Della effettiva consistenza di questi lavori all’inizio del secolo XVI, sono conferma non solo i tipi di muratura che risalgono a quell’epoca, come anche le colonne, ma anche un documento ufficiale esistente nell’Archivio parrocchiale. Infatti il 19 giugno 1523 il vescovo Michele Jorba, ausiliare del vescovo di Novara, con licenza del vicario generale Michele Donato, dietro richiesta dei fabbricieri della chiesa e dei consoli del comune di Crodo, consacrò cinque altari, ponendovi le SS. Reliquie dei SS. Innocenti, S. Floriano martire, Sisinio, Martirio ed Alessandro martiri, concedendo alcune indulgenze da lucrarsi in alcune festività. Inoltre il vescovo Jorba « consacrò e riconciliò la chiesa ed il cimitero con la parte nuovamente aggiunta al detto cimitero ». Fra i testimoni sono ricordati i due sacerdoti Pietro Antonio de Lama e Francesco di Rondola, parroci di Crodo (18). Pare che in questa occasione l’abside sia stato ingrandito e ridotto da semicircolare a forma quadrata. Le navatelle laterali. e l’abside ebbero una copertura a volta, mentre nella navata centrale rimase il solito soffitto di assi.
Nel 1566 fu scolpito e posto nel luogo dove si trova tuttora il bellissimo fonte battesimale in marmo di Crevola, elegantissimo nel classico disegno, il basamento ottagonale decorato con protomi di angioletti, lo stelo a fascio di semicolonne che sostiene una vasca decorata di foglie e fiori. Attorno si legge la scritta Amen dico vobis: nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu Sancto, non potest introire in Regnum Dei. 1566. Abrenuntio Sathane omnibus operibus et pompis eius. Questa vasca battesimale fu in seguito trasportata nella vicina chiesetta di S. Giovanni Battista dove rimase dal 1627 al 1641, allorché fu riportata nella chiesa parrocchiale per ordine del vescovo Tornielli.

Il vescovo Carlo Bascapè nella sua visita pastorale del 2 ottobre 1596 dava ordini perché la chiesa venisse imbiancata, fosse rimosso l’altare di S. Pietro perché ingombrante e si costruisse il portichetto davanti alla porta. Ma i lavori di adattamento non furono molto solleciti giacché la riduzione della cappella di S. Pietro a miglior forma risale al 1617 (data che appare sull’arco esterno della finestra) ed il portichetto venne costruito solo nel 1658.
Nonostante si abbiano parecchi inventari della chiesa che ci possono fornire notizie utili per la storia della chiesa di Crodo, quello compilato dal parroco Giovanni Battista Viscardi nel 1652 è senza alcun paragone il più minuzioso ed esauriente. Così ci è facile descrivere come era la chiesa in quella data, prendendo la descrizione direttamente dall’inventario suddetto.
La chiesa ha dunque tre navate con una facciata a grande timpano (a capanna) nella quale si aprono tre porte. E’ particolarmente degna di nota la porta centrale con gli stipiti ed ornamenti di marmo, posti alla fine del secolo XVI, e le ante lignee tuttora visibili « di larice fodrato in noce con lavori di intaglio magnifico ». Sopra le due porte laterali della facciata esisteva anche una finestra circolare che ora è chiusa. La chiesa ha pavimento di sarizzo, ma quello della navata centrale è coperto di legno « con diversi ornamenti et rose et fatto alla magnifica ». La balaustra è di legno di noce tornito, di cui si trovano ancora alcuni esempi nelle chiese ossolane (così in quella di Antronapiaba) ed all’entrata del presbiterio, cioè nel luogo dell’attuale, c’è un pulpito di legno intagliato, ora scomparso.

Sopra la trave dell’arco che immette dalla nave centrale nel presbiterio si erge un crocefisso ligneo di grandezza naturale con ai lati due statue (la Madonna e S. Giovanni). Anche questa iconostasi è scomparsa.
Il coro ha forma quadrata « tutto dipinto della vita, passione et morte di N. S. Gesù Cristo » e coperto da una volta a crociera in cui sono affrescati « i quattro evangelisti e i quattro dottori ». Sull’altare maggiore vi è « un tabernacolo tutto di marmo fino, quadrato, con molti rilievi, figure di cherubini e fregi dorati » ed alcune statue (Madonna ed Angelo nunziante, S. Stefano, S. Lorenzo, S. Carlo, ed in alto sulla cuspide il Cristo Risorto). Ai due lati vi sono due angeli in marmo bianco di maggiori dimensioni. Questo altare con relativo ciborio, che dalla descrizione si può far risalire alla seconda metà del secolo XVI cioè all’epoca stessa in cui fu eseguito il fonte battesimale, è pure scomparso per lasciare il posto a quello attuale. Unica traccia di questo ciborio è una cartella con crocefisso attualmente inserita nel muro della sacrestia.
In capo alla navata destra c’è la cappella dedicata alla Madonna del Rosario, già dedicata a S. Lucia, con relativo altare e quadro rappresentante la B. V. Maria, S. Domenico, S. Pietro martire ed ‘attorno i Quindici misteri del S. Rosario. « Questa cappella è tutta stuccata con molte figure e campi, indorata e dipinta nei campi con figura dei Misteri. Al lato destro dell’altare vi è una statua dell’Angelo Gabriele, et dalla sinistra la Madonna, che viene a rappresentare l’Annunciata SS., tutte dipinte ed indorate. Parimente a man destra verso aquilone vi è una finestra grande con una invedriata in mezzo alla quale vi è un quadro di vetro della Pietà, opera come si dice del Durio, opera di qualche considerazione. Detta cappella è cinta da due ferrate ben fatte ». Anche di tutto questo nulla più rimane, né delle pitture, né delle sculture e neppure della vetrata con la Pietà, attribuita al Durer. Segue la cappella di S. Bartolomeo con altare e quadro rappresentante la Madonna con il Bambino, S. Bartolomeo e S. Carlo.
Poi la cappella con altare di S. Maria Maddalena e quadro rappresentante il Crocefisso con ai lati S. M. Maddalena e S. Lucia e l’iscrizione « Rectores S. Marie Maddalene ». Questo altare era di proprietà della famiglia Guidara che vi aveva fondata una messa quindicinale sul reddito di vari fondi e censi.
E’ contigua la cappella di S. Lorenzo, con la volta tutta dipinta a rappresentare la vita del Santo. « Sopra la scalinata (dell’altare) vi è l’immagine della B. V. col Bambino, a man destra 5. Lorenzo, a man sinistra S. Catterina, e con due epitaffi, ma ora non si intendono per l’antichità. Questa cappella ed altare è della famiglia Marini ed ha diversi legati lasciati da diversi della suddetta famiglia già da antichissimi tempi, e che formano la base del beneficio Marini » molto ricco di beni e di rendite, andate poi dileguandosi nei secoli successivi.

In capo alla navata sinistra si trova la cappella della Madonna degli Angeli. La volta è decorata a stucchi e pitture varie. Sul muro sopra l’altare vi è l’immagine della B. Vergine « antica e di molta divozione » con ai lati S. Stefano e S. Antonio.
Nel 1641 il vescovo Tornielli, durante la visita pastorale, volle aggregare a questo altare quello di S. Antonio con i relativi legati. Una lapide posta in questa cappella ricorda Giovanni Manno di Vegno, morto a Roma nell’ospedale Fatebenefratelli, che dispose per due messe annue a questo altare con l’obbligo del ricordo su pietra di marmo, con offerte tratte dai molti terreni e beni e censi lasciati a questo scopo. La suddetta lapide, tuttora esistente così si esprime: « D.O.M. IO. MAN. INSTITUIT HAEREDEM HOC ALTARE SUORUM STABILIUM INIUNCTO ONERE MISSARUM DUARUM IN PERPETUUM SUIS ANNIVERSARIIS 1670.
Segue la cappella di S. Pietro che è un poco più grande ed alta delle altre ed è decorata di stucchi e pitture di cui resta ben poco. Sull’altare vi è un quadro con la figura della Madonna con il Bambino, S. Pietro, S. Paolo « et l’effigie di papa Innocenzo nono di felice memoria, qual ancora è in stima di buonissima pittura ». Il quadro proviene infatti da Roma dove molti della valle Antigorio ed anche di Crodo si recavano esercitando vari mestieri. E’ senza alcun dubbio il quadro di maggior valore della chiesa. A questa cappella era legata la Confraternita di S. Pietro del cui atto di fondazione non si ha memoria, ma che deve essere anteriore al 1611 (28 maggio), data in cui papa Paolo Quinto concede alla medesima alcune indulgenze.
La sacrestia, posta di fianco al presbiterio sul lato settentrionale non ha nulla di veramente importante eccetto un armadio che l’Inventario del Viscardi dice « è stato fatto da tre o quattro anni in qua » e che perciò deve risalire attorno al 1648. A quell’epoca era sormontato da tre statue di legno: la Madonna del S. Rosario con ai lati S. Stefano e S. Lorenzo; ora sono scomparse. Restano fortunatamente gli intagli delle lesene che dividono i vari scomparti e che rappresentano i quattro Evangelisti. E’ opera prettamente ossolana e precisamente del maestro intagliatore e scultore Giorgio de Bernardis di Buttogno il quale aveva bottega e scuola a Domodossola in via Briona (19).
Dall’epoca dell’Inventario del parroco Viscardi in avanti, la chiesa di S. Stefano di Crodo subì importanti trasformazioni. La cappella della B. V. degli Angeli venne ridipinta dal pittore fiorentino Luigi Reali e dal compagno Francesco del Negro di Mozzio. Infatti con atto del 16 dicembre 1670 essi si impegnano a dipingere e dorare questa cappella così come era stata dipinta e dorata quella corrispondente in testa alla navata destra (20). Nel 1658 fu costruito, come si è detto, il portichetto antistante la porta maggiore e verso il 1690 la cappella Ossario, fra il campanile e la chiesa.

Ma è soprattutto nel secolo XVIII che la chiesa di S. Stefano subisce i maggiori rimaneggiamenti.
Dall’Inventario del 28 maggio 1762 si comprende che erano stati eliminati alcuni altari della navata settentrionale, e cioè quelli di S. Bartolomeo, S. M. Maddalena e S. Lorenzo, in esecuzione degli ordini di visita pastorale. Nel 1766 (9 gennaio) c’è la richiesta da parie dei fabbricieri di erigere un nuovo altare a S. Anna. 11 3 aprile 1777 si fece richiesta al vescovo di poter togliere il tetto e soffitto della nave centrale per alzarla e farvi sopra la volta. Ottenuto il permesso e l’approvazione del disegno che fu fatto dai maestri Pietro Maria e Rocco Perini, ai quali sono legate moltissime costruzioni religiose dell’epoca in Ossola, si fece regolare contratto e si diede subito mano all’opera.
Il piano dei lavori comprendeva l’alzata della navata centrale di 8 braccia e l’adattamento corrispondente della facciata. Il prezzo dell’opera era calcolato in 13.030 lire. (21). Erano allora parroci il prevosto don Carlo Antonio Catenacci ed il penitenziere don Giuseppe Darioli. I fondi furono reperiti fra le offerte dei fedeli, prendendole anche dagli Oratori della parrocchia, dalle casse delle Confraternite e mediante cessione di alcuni censi e crediti.
Nel 1779, tolte le balaustre in legno tornito, furono poste quelle attuali di marmo dal marmorino Giambattista del Giudice di Viggiù per 56 zecchini romani (22).
L’8 aprile 1780 si rinnova al vescovo la richiesta di poter ingrandire il coro, essendo già stata modificata la chiesa, « per decorarlo e stenderlo fuori della presente ed antiquata di lui positura » (23). Il lavoro, rilevato e condotto dai maestri Perini, fu finito nel 1782. Nel 1779 fu fatta la cantoria nuova e vi fu posto l’organo.
Nel 1794 si dovette riparare la guglia del maestoso campanile. L’Inventario del 1618 non accenna alla presenza dell’orologio; vi accenna invece quello del 1652 il quale ricorda che in quell’epoca nella cella campanaria vi erano quattro campane.
Nel secolo XIX continua l’opera di abbellimento della chiesa per l’interessamento dei parroci e per la generosità di parecchi offerenti, specialmente della famiglia Guglielmi.

Il 19 ottobre 1817, poiché il signor Francesco Guglielmi di Crodo, residente a Roma, si offre di pagare un nuovo altare maggiore in marmo ed una nuova ancona, si chiede l’autorizzazione a demolire quello antico. Ottenuto il permesso, si ebbero notevoli difficoltà per far venire i marmi da Roma e si dovette inoltrare una supplica al Re di Sardegna per evitare i pesi doganali. Sebbene dispiaccia che sia stato eliminato quello antico, il nuovo altare è senza alcun dubbio di gran pregio per la qualità del disegno, sobrio ed elegante, e per il valore dei marmi. Sul retro una scritta ricorda la data e l’offerente: « ANNO MDCCCXVII EX DEVOTIONE ET AERE D. FRANCISCI GUGLIELMI ». Il nuovo altare, finito nel 1818, venne consacrato il 22 agosto 1882 dal vescovo cardinal Morozzo. La nuova ancona con cornice marmorea è invece di modestissimo pennello e di autore ignoto.
In data 1833 (23 giugno) fu benedetta la statua della Madonna del Rosario, acquistata a Torino dall’indoratore Carlo Emanuele Castagna. Il portorio invece fu fornito dall’orefice Pasquale Scavini di Intra. La cappella del S. Rosario fu in questa epoca rinnovata, scrostata ed in parte rifatta per togliere l’umidità. Venne anche affrescata completamente dal valente pittore vigezzino Lorenzo Peretti fra il 1833 ed il 1834. Le pitture del Peretti, fresche di colore e piuttosto severe nelle cornici, rappresentano in quindici quadretti i Misteri del S. Rosario attorno alla nicchia della statua della Madonna e, nella volta, S. Domenico, S. Bartolomeo, S. Francesco Saverio e l’Incoronazione della B. Vergine (24).
Purtroppo nella tremenda alluvione del 27 agosto 1834 Crodo ebbe a lamentare oltre il crollo di molte case, la scomparsa di alcune persone e danni immensi ai campi ed alle masserizie, anche la devastazione della chiesa parrocchiale, in cui molto popolo si era rifugiato, ma nella quale le acque fangose e turbinose penetrarono inondandola fino all’altezza di 1.60 m. e riempiendola di sassi e fango. La gente ivi rifugiata dovette salire sugli altari e sulla tribuna dell’organo per salvarsi. Fu perciò necessario negli anni seguenti rifare l’opera di decorazione. Anche il cimitero che era stato sconvolto dall’alluvione fu rifatto in altro luogo e benedetto dal vescovo il 28 gennaio 1836 (25).
Nel 1848 la chiesa venne nuovamente dipinta e ornata per opera del pittore Paolo Raineri di Cannobio. Il lavoro, incominciato il 7 marzo 1849, fu finito in quello stesso anno, come appare da una quittanza del 10 novembre 1849 in cui sono corrisposti al pittore 2660 lire di Milano più altre 500 per i medaglioni raffiguranti la vita di S. Stefano. Nella volta sopra il presbiterio egli dipinse i Quattro Evangelisti; nella volta della nave principale invece la gloria di S. Stefano, S. Lupercilla e le quattro Virtù cardinali, ed altri soggetti; sulle pareti laterali poi, alcuni episodi della vita di S. Stefano.
Gli episodi sulla parete settentrionale furono dipinti a spese del sacerdote Francesco Guglielmi e del notaio Marcellino Giovanninetti; quelli sulla parete meridionale a spese dei fratelli Guglielmi di Roma. Quelli in parte cancellati ai lati della cantoria furono invece fatti .a spese della Confraternita del SS. Sacramento. L’opera del Raineri è di modesta levatura, povera nella ispirazione, nella tecnica esecutiva e nel colore.
Il 1° giugno 1861 c’è una richiesta al vescovo per la erezione di un nuovo fonte battesimale da porre nella cappella ossario debitamente trasformata dalla generosità del sacerdote Francesco Guglielmi, fratello di don Giovanni Guglielmi, prima coadiutore e poi prevosto della parrocchia di Crodo. Purtroppo in questo nuovo battistero non si volle porre l’antica e bella vasca battesimale in marmo. Questa fu per alcuni anni lasciata abbandonata, fino a quando nel 1869 (19 giugno) venne concessa al comune di Crodo per fare una fontana sulla piazzetta davanti al sagrato della chiesa. Rimase per questo uso fino al 1964 quando il parroco don Lorenzo Francione la rimise in onore nel luogo antico, cioè vicino alla porta maggiore della chiesa, alla sinistra entrando, dove era inizialmente. Il battistero fu perciò ridotto a deposito di suppellettili per la chiesa; l’iscrizione sulla facciata ne ricorda l’uso durato un centinaio d’anni: SACER BAPTISMI FONS PREPOSITURALIS PLEBANAE ECCLESIAE S. STEPHANI CRODI.

Sempre in data 1° giugno 1861 c’è una richiesta al vescovo di poter rifare l’altare della B. V. Addolorata. Il quadro che sovrasta questo altare è una copia di quello fatto dal pittore Lorenzo Peretti per la chiesa parrocchiale di Costigliole d’Asti (26); ed è attribuibile ad uno dei discepoli del Peretti. Il 1° giugno 1886 si rinnova la richiesta di ingrandire la cappella della B. V. Addolorata a spese di un benefattore, che è questa volta il prevosto don Giuseppe Guglielmi, sfondando il muro della chiesa a nord ed estendendola convenientemente. Nel 1869 in questa cappella viene eretta la Via Crucis.
Alla generosità del sacerdote Francesco Guglielmi è invece dovuto il nuovo pulpito in legno scolpito e dorato. Lo ricorda il cartiglio: « Don Francesco Guglielmi F. F. 1861 ».
Ma la gara di generosità dei fratelli Guglielmi non si ferma qui. Ad essi è in parte dovuto il bel concerto di campane di cui i Crodesi sono tanto orgogliosi. Le prime cinque furono donate da don Francesco Guglielmi e benedette ed inaugurate il 7 settembre 1850. Le altre furono offerte dal Comune. Sono tutte uscite dalla fonderia Felice Bizzozzero di Varese, eccettuata la maggiore che, essendosi guastata nel 1903, venne rifusa dalla fonderia Mazzola di Valduggia a spese del Comune. Ci sembra interessante riferire i motti che queste campane con il loro suono lanciano nella valle, motti che sono stati a tal proposito scritti nel bronzo sacro. La prima, dedicata a S. Stefano: LODO DIO, RADUNO IL CLERO; la seconda, dedicata a S. Maria: TRISTE ANNUNZIO FUNERALI, LIETA RENDO GRAZIE; la terza, dedicata a S. Giuseppe: IMPETRO COSE PROPIZIE, PIANGO LE AVVERSE; la quarta dedicata a S. Francesco Saverio: RADUNO I FEDELI, ONORO LE FESTE; la quinta a S. Eustacchio: IMPLORO PACE, SCACCIO I TEMPORALI; la sesta, dedicata ai SS. Fabiano e Sebastiano: IMPLORO SANITA’ AGLI INFERMI, PACE AI MORIENTI; la settima dedicata a S. Antonio abate: PROTEGGO LE MESSI, ALLONTANO LE PIOGGE; l’ultima, dedicata a S. Barbara: SCOPRO GLI INCENDI, MANIFESTO I LADRI.
Il grande organo fu costruito nel 1853. La cassa e la balconata fu decorata da lavori di intaglio e doratura di Carlo De Petrini di Domodossola nel 1856; lo strumento, composto di 1039 canne, è invece opera della ditta Giovanni Franzetti di Intra..,
Il coro ha stalli lignei di bella fattura in noce con putti, angioletti e protomi, risalente alla prima metà del secolo XVIII.
L’altare della Madonna degli Angeli fu nuovamente demolito nel 1822 ed in suo luogo fu posto quello di S. Anna. E’ un veri.) peccato che sia andato perduto l’antico affresco della Madonna del quale non c’è alcuna traccia. In suo luogo vi è un bel quadro di scuola vigezzina, facente capo a Lorenzo Peretti dal cui pennello paiono dipendere alcune delle figure centrali del quadro, mentre le altre sembrano dovute a discepoli.
Il nome dei fratelli Guglielmi è ancora legato alle Reliquie di S. Lupercilla. Il corpo di questa martire cristiana, tolto dalle catacombe di S. Callisto di Roma sulla via Appia, fu donato dal cardinale Lorenzo Litta nel 1819 a monsignor Giuseppe Antonio Sala di origine bacenese. Questi, ad istanza dei fratelli Francesco e Giuseppe Guglielmi, lo donò alla chiesa parrocchiale di Crodo. Deposto nell’oratorio di S. Giovanni Battista e fatta la ricognizione canonica, il 22 agosto di quello stesso
anno fu traslato nella chiesa parrocchiale e posto in un’arca sotto la mensa dell’altar maggiore (27). Don Lorenzo Francione tolse poi l’urna dall’altar maggiore e la depose sotto quello di S. Anna, dove tuttora si trova. S. Lupercilla fu associata a S. Stefano come compatrona della parrocchia di Crodo.
Gli ultimi restauri alla chiesa di Crodo hanno riportato in luce la pietra delle antiche colonne, rinnovata la tinteggiatura, eliminata l’umidità e fornito un congruo riscaldamento. Anche il nuovo altare rivolto verso il popolo in onice, ottimamente si accosta a quello antico, di cui pare ripetere la decorazione e la preziosità.

1) Documento in Archivio parrocchiale di Crodo.
2) C. Bascapè, Novaria seu de Ecclesia Novariensi, Novara 1612, p 334.
3) F. Gabotto, G. Basso, A. Leone, G. B. Morandi, O. Scarzello, Le Carte dell’Archivio Capitolare di S. Maria di Novara, Pinerolo 1915, vol. II, pp. 271272.
4) Ibidem pp. 253254.
5) Ibidem p. 237.
6) Ibidem p. 306.
7) Ibidem p. 326.
(8) Atti in Archivio parrocchiale di Crodo.
(9) F. Scaciga della Silva, Storia di Val d’Ossola, Vigevano 1842, p. 140.
(10) Archivio diocesano di Novara, Teche riguardanti Finero.
(11) Copia tradotta in Archivio di Oscellana.
(12) Documenti in Archivio parrocchiale di Crodo.
(13) Ibidem.
(14) Documento in Archivio parrocchiale di Crodo.
(15) Ibidem.
(16) Atti di separazione delle parrocchie di Cravegna e Mozio in Archivio parrocchiale di Crodo.
(17) Archivio parrocchiale di Crodo: Documenti vari. Cfr. in particolare l’Inventario del 26 luglio 1575.
(18) Documento in Archivio parrocchiale di Crodo e riportato in Appendice.
(19) Cfr. T. Bertamini, Maestro Giorgio de Bernardis di Buttogno, in « Illustrazione Ossolana », n. 1, 1967, pp. 718.
(20) Documentazione in Archivio parrocchiale di Crodo.
(22) Ibidem.
(23) Ibidem.
(24) Cfr. T. Bertamini, Lorenzo Peretti pittore, in « Oscellana » 1974, pp. 171 e seg. .
(25) Documento in Archivio parrocchiale di Crodo.
(26) Cfr. nota 26.
(26) Cfr. F. Pinauda, Brevi notizie sulle traslazioni dei Sacri Corpi dei SS. Martiri, venerati nell’Ossola, Domodossola 1923; Francesco Guglielmi, in Medagliere Ossolano, in « Almanacco Ossolano 1922 » Cfr. anche Note storiche parrocchiali, id « Voce Amica », compilate dal parroco di Crodo, don Gaudenzio Strola e pubblicate fra il 1926 ed il 1928.

TRATTO DA: Fede ed Arte a Crodo (T. Bertamini) estratto da Oscellana 1976-1977